Una coincidenza?

Pochi giorni fa ho ascoltato un’intervista a Fabio Pisacane, allenatore del Cagliari (Serie A, calcio), che racconta come riesce a comunicare con gli atleti della Generazione Z: ragazzi cresciuti in ambienti iperprotettivi (famiglia), ma esposti senza filtri alla comunicazione digitale. Uno squilibrio che li rende spesso più fragili davanti all’errore.

Pisacane descrive la Gen Z così: “sono iperprotetti nel mondo reale ma abbandonati nel digitale.” È una frase densa. Non dice che sono “dipendenti dai video”. Dice che sono abbandonati in quel mondo. Senza guida, senza mappa. Sul metodo aggiunge: “bisogna centellinare le parole: o costruisci un ponte o alzi un muro. Devi essere chiarissimo.” E ancora: “lavoriamo molto coi video, perché la soglia dell’attenzione è bassissima, quattro o cinque minuti. Se parlassi a loro come parlavano a me i miei allenatori, non trasferirei nulla.”

Sul piano emotivo fa un commento molto significativo: “fanno in fretta ad esaltarsi come fanno in fretta a deprimersi. Io devo essere bravo a correggerli sia se c’è troppa euforia sia se si deprimono.”

In una intervista precedente, da allenatore della Primavera, Pisacane aveva già detto qualcosa di molto preciso: “hanno una capacità visiva molto ricercata. La metodologia d’allenamento è basata sul tenere alta l’attenzione, con molti stimoli e premi.”

pisacane

Fabio Pisacane, allenatore Cagliati (Serie A Campionato 2025-226)/em>

E allora mi sono chiesto: cosa c’entra tutto questo con il Visual Thinking?
Forse più di quanto sembri.

Il problema della velocità vs. la profondità

La Gen Z è la prima generazione cresciuta dentro un’estetica visuale nativa: TikTok, reel, meme, storie. Consumare immagini veloci non è lo stesso che pensare per immagini. Anzi, spesso è il contrario. Sono abituati a una visualità frammentata e passiva.

Il Visual Thinking chiede invece di fermarsi, costruire, dare forma a un’idea. Per un allenatore, qualunque sia lo sport che allena, saper usare questo linguaggio in modo lento e intenzionale — una lavagna, uno schema disegnato a mano, una mappa — può essere un atto di rottura positiva. Cattura attenzione proprio perché è diverso da tutto il resto.

La gestione dell’errore è un problema di rappresentazione mentale

Quello che diceva Pisacane sull’iper-protezione familiare e la fragilità davanti all’errore è esattamente un tema visuale. I ragazzi della Gen Z spesso non hanno una mappa interiore dell’errore come parte del percorso — lo vivono come un corto circuito, non come un passaggio. Un allenatore che sa visualizzare il processo, letteralmente mostrare “dove siamo, dove andiamo, cosa è successo qui”, aiuta a costruire quella mappa. È quasi una funzione strategica, oltre che tattica.

La comunicazione sotto pressione richiede chiarezza immediata

In una palestra, in campo, nei momenti di tensione non c’è tempo per lunghi ragionamenti verbali. Chi sa sintetizzare visivamente pensa più chiaramente anche quando parla. Il Visual Thinking non è solo disegnare: è un modo di organizzare il pensiero che diventa più veloce e preciso anche nella comunicazione orale e scritta.

Ho pensato quindi che chi allena giovani ha bisogno di 3 cose che il pensiero visivo allena direttamente:

  • rallentare la comunicazione per renderla più efficace
  • dare forma chiara ai processi (errore → analisi → soluzione) invece di lasciarli nell’ambiguità emotiva
  • costruire una mappa condivisa del percorso, non solo del risultato

Se lavori nello sport, nell’educazione, nella formazione, o semplicemente ti ritrovi a gestire persone giovani in contesti orientati al risultato questo è il tema che secondo me vale la pena esplorare.

Allenatori! Cosa ne pensate?

E se vi incuriosisce il metodo, il 17-18 aprile a Bologna torna il corso
“Introduzione al Visual Thinking” https://www.scribing.it/introduzione-al-visual-thinking/